Martedì, 17 Ottobre 2017 Home | Chi Siamo | Contatti | Links

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Il Vincolo Irrazionale
G.B. Shaw

Capitolo I

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Erano le sette di una bella serata d'aprile. In una stanza al primo piano di York Road, Lambeth, avevano appena acceso le lampade a gas. Un uomo da poco lavato e sbarbato, in piedi sul tappeto del caminetto, si annodava davanti allo specchio la cravatta bianca dell'abito da sera. Sui trent'anni, bel fisico, muscoli pienamente sviluppati, non c'era in lui ombra di ansia o preoccupazione. Era calmo e concentrato: non faceva nessun movimento a caso (nemmeno una cravatta bianca riusciva a farlo innervosire), ma agiva con quella sicurezza di obiettivo e conseguente risparmio di energie che possono risultare spaventosi per un irrisoluto. Il volto era bruno, ma i capelli ramati lo ponevano tra i biondi.

L'ambiente, un salotto d'appartamento con due finestre, era pieno di polvere e in disordine. Tinteggiatura e carta da parati non venivano rinfrescate da anni e da altrettanto tempo non doveva essere mai stata chiusa la pianola accanto al caminetto, a giudicare dall'interno polveroso e dal bordo sudicio di ogni tasto. Su un tavolo tra le due finestre c'era l'occorrente per il tè in mezzo a un mucchio di roba di merceria e a un candelabro d’ottone, che era stato scostato per far posto a una pezza di stoffa mezzo srotolata. Accanto alla porta c'era un altro tavolo pieno di bobine, batterie, un galvanometro, e varie attrezzature elettriche. La mensola del caminetto era cosparsa di lettere impolverate e i due piatti in ceramica che la ornavano traboccavano di bollette, pezzi di spago, bottoni e chiavi arrugginite.

Il fruscio di un continuo movimento, come di qualcuno che si stia vestendo, che da qualche minuto proveniva dall'altra stanza, di colpo si arrestò e dalla porta scorrevole entrò una bella, giovane donna. Aveva folti capelli neri, begli occhi scuri, un viso ovale, un luminoso incarnato ambrato e una figura elastica. Non era ancora del tutto vestita: indossava una sottogonna che ne lasciava intravedere i fianchi e un corpetto in brillante seta rossa con cuciture e nastri bianchi. Totalmente indifferente alla presenza dell'uomo, si versò una tazza di tè, se la portò sul caminetto e cominciò a sistemarsi i capelli davanti allo specchio. Lui, senza voltarsi, completò la sistemazione della cravatta, la esaminò serio un momento, poi disse:

- Hai uno spillone, lì?

- Ce n'è uno nel puntaspilli di là sul mio tavolo, - disse lei - ma temo sia nero. Non so dove diavolo vanno a finire tutti gli spilloni.

Quindi, chiuso l'argomento, lei si mise a fischiettare una elaborata musichetta inserendovi qua e là come parte strumentale una superba imitazione di violoncello. Intanto, l'uomo era andato nell'altra stanza a cercare lo spillone. Al suo ritorno, divenuta improvvisamente curiosa, lei disse:

- Dove vai stasera, se è lecito?

- Esco.

Lei lo guardò un attimo, poi voltandosi sdegnata verso lo specchio, disse:

- Grazie. Scusa la domanda!

- Vado a cantare per la Contessa di Carbury in un concerto a Wandsworth.

- Cantare! Tu! La Contessa di Carbury! Perché, abita a Wandsworth?

- No. Abita in Park Lane.

- Oh, le chiedo perdono.

L'uomo non fece nessun commento mentre lei, che lo guardava dubbiosa, per accertarsi che stesse dicendo sul serio, continuò:

- Scusa, e come farebbe la Contessa di Comesichiama a conoscere te?

- Perché no?

Seguì una lunga pausa, poi lei disse:

- Figurati!- ma senza convinzione.

L'esclamazione non ebbe alcun effetto su di lui che, indossato intanto il soprabito, si sistemava la catena dell'orologio. A questo punto, lanciò una rapida occhiata a un foglio di carta rosa che si trovava sul caminetto. Lei lo afferrò al volo, lo aprì, lo guardò incredula e disse:

- Carta rosa a bordi smerlati! Che orribile volgarità! Non direi proprio da contessa! Vediamo! 'Musica per il Popolo. Associazione Parnaso. Giovedì 25 aprile, nella sede del Comune di Wandsworth, la Contessa di Carbury darà un concerto in collaborazione con le gentildonne e i gentiluomini sotto elencati: Signorina Elinor McQuinch', che nome! 'Signorina Marian Lind', chi è la Signorina Marian Lind?

- Come faccio a saperlo?

- Pensavo solo che, dato che è amica della Contessa, magari eri in intimità con lei. 'Signora Leith Fairfax'. C'è una certa Signora Leith Farfax che scrive romanzi, e che brutti romanzi! Chi sono i gentiluomini? 'Signor Marmaduke Lind', fratello della Signorina Marian, immagino. 'Signor Edward Conolly'? Oddio! Dovevano proprio essere a corto di gentiluomini se ci hanno messo te. Finalmente la famiglia Conolly punta in alto. Hem! Circa una dozzina! 'I biglietti saranno distribuiti alle famiglie degli operai dal Rev. George Lind', peccato che non hanno ingaggiato direttamente Jenny Lind per cantare con te. 'Un numero limitato di biglietti di prima fila è in vendita al prezzo di uno scellino l'uno. Continua. Parte I. Sinfonia in La di Haydin: arrangiamento per quartetto di concertine inglesi di Julius Baker. Signor Julius Baker; Maestro Abate Julius Baker; Signorina Lisetta Baker (anni 8); Signorina Totty Baker (anni 6 e 2 mesi)'. Oh, poveri noi! 'Canzone: Rosa che sbocci tenera, Sopr. Signorina Marian Lind.' Mi chiedo se sa cantare! 'Polonaise in La maggiore, Chopin'. Che orrore! Come se agli operai importasse qualcosa di Chopin! La Signorina Elinor McQuinch dev'essere una pazza. 'Canzone: La Vallata, Gounod'. Naturalmente: lo sapevo che avresti scelto questa. Oh, oh! Ecco qui qualcosa di interessante, finalmente. 'Canto negro: Zio Ned. Il Signor Marmaduke Lind canta accompagnandosi al banjo.'

Dum, drum. Dum, drum. Dum
'C'era una volta un vecchio negro;
Morto è già tanto tempo fa
e più allegro non sarà.
Capelli in testa non ne aveva
perché la lana ci cresceva.'

- Sono certa che al Signor Marmaduke Lind verrà chiesto un doppio bis e nessuno si accorgerà né di te né degli altri. 'Recitazione: Anima fedele, di Adelaide Proctor, Signora Leith Fairfax'. Bene, questo è davvero un emerito tentativo di divertire Wandsword! Altra lettura del Rev. ...

Qui Conolly, che intanto aveva finito di abbottonarsi il soprabito, strappò senza grazia il programma dalle mani della sorella e lasciò la stanza. Lei, dopo averlo mandato caldamente al diavolo, tornò allo specchio e continuò a vestirsi dando di tanto in tanto una sorsata al tè, finché non fu pronta per uscire. Al che, fece chiamare una vettura di piazza e ordinò al conducente di portarla al Teatro Bijou, nel quartiere di Soho. -----

_______

Al suo arrivo al Comune di Wandsworth, Conolly fu guidato in una sala riunioni, adibita per l'occasione a retroscena. Qui fu ricevuto da un prete perfettamente rasato, che si profuse in frasi fatte su com’era contento di vederlo lì ma che non gli porse la mano. Conolly ringraziò brevemente, si diresse senza cerimonie verso il tavolo e stava per appoggiare cappello e soprabito su una pila di indumenti dello stesso tipo quando, accortosi che alla parete c'erano dei ganci appositi, attraversò rapidamente la stanza e vi appese le sue cose, mostrando involontariamente di essere più attento e rispettoso degli altri. Quindi, guardò il programma e calcolò fra quanto tempo sarebbe toccato a lui. Aprì i suoi spartiti disponendo due copie del suo Le Vallon a portata di mano sul tavolo. Ciò fatto, con un autocontrollo che sconcertò non poco il religioso, si volse a esaminare il resto della compagnia.

La prima occhiata fu catturata dalla bellezza di una giovane donna dai capelli castano chiaro e dai dolci occhi grigi seduta accanto al fuoco. Vicino a lei, su una sedia più bassa, c'era una giovane minuta, snella e molto irrequieta, con profondi occhi scuri che fissavano diffidenti da un volto scavato. Le due erano accompagnate da un giovane dai capelli ricci rossi che, facendo di tanto in tanto vibrare rumorosamente un banjo, provocava esclamazioni di fastidio della ragazza irrequieta, a forza di chiederle il suo parere su come stava andando con l'accordatura dello strumento. In piedi vicino a loro stava un uomo alto, bruno e di bell'aspetto. Sembrava non avvezzo a situazioni del genere e sdegnato, non tanto dalla compagnia o dal motivo per cui si trovavano riuniti, ma in astratto, come se uno sdegno costante facesse parte della sua natura.

Il prete, che aveva appena accompagnato sul palco un anziano professore in scolorito abito talare seguito da tre bambini ben lavati e pettinati recanti ognuno una fisarmonica, fece ritorno e si mise a sedere accanto a una signora di mezza età, che cercava di darsi importanza con un occhialino dalla montatura d'oro, come per far passare l'idea d’essere una grande e profonda osservatrice.

- Per fortuna è una serata molto bella, - disse il prete rivolto a lei.

- Sì, vero Signor Lind?

- La mia gola è sempre molto sensibile al cattivo tempo, Signora Leith Fairfax. Parto così svantaggiato dall'inevitabile confronto della mia presentazione con la sua che sono contento che se non il confronto almeno il tempo mi sia favorevole.

- Macché! - disse la signora Fairfax – Non sono affatto un'oratrice: so solo recitare una poesia. Tutto qui. Oh! Spero proprio di non aver rotto gli occhiali.

Le erano scivolati infatti dal naso finendo per terra. Conolly li raccolse e li raddrizzò con una rotazione delle dita.

- Nessun danno, signora, - disse porgendole cerimoniosamente gli occhiali e parlando, se pure con una certa correttezza di espressione, a voce alta da officina più che in tono sommesso da salotto.

- Grazie. Molto gentile. Davvero molto gentile.

Conolly fece un inchino e si girò verso l'altro gruppo.

- Chi è quello? - sussurrò la Signora Leith Farfax al prete.

- Un certo giovanotto che ha attirato l'attenzione della Contessa con il suo canto. E' solo un operaio.

- Davvero! E dove lo ha sentito cantare?

- Nel laboratorio di suo figlio, credo. C'era andato per montare un certo apparecchio elettrico e cantava nel telefono per farli divertire. Lei sa quanto Lord Jasper sia appassionato di meccanica. Jasper sostiene che come elettricista costui è un genio. In effetti pare sia stato lui, più che la Contessa, ad avere l'idea di farlo cantare per noi.

- Molto interessante! Ho pensato subito che doveva essere in gamba, quando mi ha parlato. Detto tra noi, Signor Lind, si tratta di piccolissimi dettagli. Ebbene, in quel suo modo di raccogliere i miei occhiali c'era tutta la sua storia. Del resto si vede anche dalla solida conformazione della testa. Quel giovane merita di essere incoraggiato.

- Lei è molto generosa, Signora Leith Fairfax. Tuttavia, non sarebbe bene incoraggiarlo troppo. Ricordi che non è abituato a stare in società. Un incauto incoraggiamento potrebbe indurlo a dimenticarsi del posto che vi occupa.

- Mi permetto di non essere d'accordo con lei, Signor Lind. Lei non legge come me nella natura umana. Lo sa, io sono un'esperta. Io vedo negli uomini, come lui vede in un apparecchio telefonico: senza lasciarmi influenzare affatto da sentimenti personali.

- E' vero Signora Fairfax. Ma il cuore è ingannatore, sopra ogni altra cosa, direi. Ecco, ammetterà che il migliore intuito può cadere in errore nel cercare di valutare l'opera imperscrutabile dell'Onnipotente.

- Senza dubbio. Ma, mi creda Signor Lind, gli esseri umani sono così poco profondi! Non c'è in loro proprio nulla di imperscrutabile per un'analizzatrice di caratteri come me. Dev'essere un dono, probabilmente, ma le menti della persone per me non sono altro che piccoli marchingegni fatti di futili motivi.

- Ehi, - disse interrompendoli il giovane con il banjo – ce l'ha una copia di 'Rosa che sbocci tenera'?

- Io! - disse la Signora Fairfax - Ma no, certo che no.

- Allora non c'è niente da fare per il concerto. Abbiamo dimenticato lo spartito di Marian e non c'è niente su cui Nelly, pardon, la Signorina McQuinch, possa suonare. E di suonare a orecchio non ne vuol sapere.

- Non posso suonare a orecchio, - disse stizzita la giovane signora irrequieta.

- Se tu, Marian, volessi cantare invece 'Rosa nera color carbone', posso accompagnarti io al banjo e farti il coro, così i Wandsworthesi, sempre che riescano a sopravvivere alle fisarmoniche, applaudiranno il cambiamento all'unanimità.

- Non è carino scherzarci sopra, - disse la giovane bella signora - come posso fare? Se qualcuno sapesse improvvisare un accompagnamento io potrei anche cantare senza spartito, ma se provo a cantare e suonare nello stesso tempo allora crollo di sicuro.

Connoly si scostò un attimo cercando di richiamare l'attenzione del prete.

- Quel giovane desidera parlarle - sussurrò la Signora Fairfax.

- Sì, certo. Grazie. - Rispose il Rev. Lind - Credo sia meglio sentire di cosa ha bisogno.

- Sì, credo proprio che lo sia, - disse la Signora Fairfax un po' impaziente.

- Non vorrei intromettermi in cose che non mi riguardano, - disse con calma Conolly al religioso - ma posso suonare io l'accompagnamento, se la signora me lo vorrà consentire.

Il prete a questo punto, senza saper bene perché, ebbe troppa paura di Conolly per opporre resistenza.

- Sono certo che non avrà obiezioni, - disse fingendosi sollevato dall'offerta. - I suoi servigi saranno più che benaccetti. Mi scusi un momento, informo la Signorina Lind.

Attraversò la stanza fino alla giovane signora e le disse a bassa voce:

- Credo di essere riuscito a sistemare la cosa, Marian. Quell'uomo dice che suonerà per te.

- Spero che suoni, - disse Marian un po' dubbiosa - chi è?

- E' Conolly, l'uomo di Jasper.

Gli occhi della Signorina Lind si illuminarono.

- E' lui? - sussurrò lanciandogli uno sguardo di curiosità attraverso la stanza.- Portalo e presentacelo.

- E' proprio necessario? - disse l'uomo alto senza curarsi di abbassare la voce per evitare che Conolly lo potesse sentire.

Il prete esitava.

- E' assolutamente necessario, chissà cosa starà già pensando di noi,- disse Marian piena di vergogna, guardando ansiosa in direzione di Conolly.

Lui, guardava con aria da poliziotto l'uomo alto che, dopo un inutile tentativo di ignorarlo, dovette infine girarsi e farsi da parte. Il Rev. Lind allora fece avvicinare l'elettricista ed eluse una presentazione formale dicendo semplicemente:

- Ecco qui il Signor Conolly, che ci tirerà fuori da ogni difficoltà.

La Signorina McQuinch scosse la testa. La Signorina Lind fece un inchino. Marmaduke gli strinse la mano con simpatia facendosi da parte un po' sconsolato col suo banjo. Proprio allora si sentì un debole applauso seguito dal rientro del quartetto, al che la Signorina Lind si alzò e si avviò esitante verso il palcoscenico. L'uomo alto le offrì la mano.

- Ma no, Sholto, - disse lei con un sorriso – si aspetteranno che fai qualcosa anche tu, se appari insieme a me.

- Prego, Marian – disse allora il prete mentre l'uomo alto, offeso, con un inchino si faceva di lato.

Lei, fingendo di non essersi accorta del fratello, si girò verso Conolly, che subito superò il Rev. George e la guidò sul palco.

- In che chiave? - chiese lui, salendo i gradini.

- Non lo so, - disse lei allarmata.

Per un attimo lui fu colto alla sprovvista. Poi disse:

- Qual è la nota più alta che sa cantare?

- Posso cantare un La, a volte, quando sono sola. Ma in pubblico non mi azzardo.

Conolly si sedette, sapendo ora che la Signorina Lind era solo una dilettante. Litigavano spesso lui e sua sorella, a causa del disturbo che lei arrecava alla tranquillità della sua vita domestica, ma fu contrariato di scoprire che la nobildonna vacillava laddove l'attrice se la sarebbe cavata splendidamente. Rincuorato dalla riflessione che se la signorina Lind non riusciva a prendere un Si bemolle come Susanna, non sarebbe nemmeno riuscita a prendere un'imprecazione, suonò l'accompagnamento molto meglio di quanto Marian cantò la canzone. Intanto la Signorina McQuinch ascoltava gelosa da dietro le quinte e odiava se stessa per la propria inferiore capacità.

- Freddo e riservato, il novello Beniamino Franklin, le fece notare Marmaduke.

- Meglio un uomo riservato che sa fare qualcosa che uno stupido che non sa fare niente, - disse lei alludendo all'uomo alto, con cui il prete cercava nervosamente di intavolare una conversazione.

- Melodia squisita, non è vero, Signor Douglas? - disse la Signora Fairfax intervenendo in soccorso del prete.

- Non mi interessa la musica, - disse Douglas - non ho alcuna stucchevole inclinazione per ciò di cui si nutre il gusto comune.

La Signorina McQuinch ebbe uno scatto nell'espressione, ma non disse nulla. La conversazione cadde fino a che la Signorina Lind non ebbe finito di cantare la sua canzone e ricevuto un giro di rispettoso, se non entusiastico, applauso.

- Grazie, Signor Conolly, - disse mentre lasciavano il palco. Temo che la musica di Spohr sia troppo bella per il pubblico di qui. Non crede?

- Niente affatto, - rispose Conolly - non c'è niente di così speciale in Sphor. Richiede solo un canto molto buono, migliore di quanto lui non meriti.

La Signorina Lind arrossì e ritornò in silenzio al suo posto accanto alla Signorina McQuinch, sentendo di essersi esposta a un appunto che nessun gentiluomo avrebbe fatto.

- Allora, Nelly, il parroco sta andando a prendere tempo, raccogli il tuo coraggio. Vieni, su, su.

- Non essere così turbolento, Duke! - disse Marian. - E' già abbastanza penoso dovere affrontare un pubblico anche senza essere presi in giro.

- Marian, - disse Marmaduke, - se credi che Nelly riuscirà a far entrare a martellate nell'operaio inglese l'amore per la musica, ti sbagli. Molti di loro si guadagnano da vivere a colpi di martello e se ne avranno molto a male della concorrenza femminile. Bang! Eccola che va. Abbi pietà delle sofferenze del povero vecchio piano e speriamo che i suoi tremolanti polmoni non vengano giù.

- Davvero, Marmaduke, - disse Marian con impazienza - sei un pazzo esagerato. Sei proprio come un bambino delle elementari.

Marmaduke, frenato dal tono aspro di lei, simulò un lungo fischio fingendo di nascondersi sotto il tavolo. Aveva un tale istinto comico che era difficile non mettersi a ridere anche davanti alle sue uscite più folli e Marian stava per cedervi suo malgrado, quando si accorse di Douglas chino su di lei che le diceva piano:

- Sarai già stanca di questo posto. C'è molta umidità nella stanza, non vorrei ti venisse un raffreddore. Lascia che ti porti a casa ora. Possiamo sempre scusarci per qualsiasi altra cosa si aspettavano che tu facessi ancora per questa gente. Lascia che vada a prendere il tuo soprabito e a chiamare una vettura.

Marian scoppiò a ridere.

- Grazie Sholto, - disse – ma ti assicuro che sto benissimo. Per piacere non offenderti se non sto così male come tu pensi che dovrei stare.

- Sono contento che tu stia bene, - disse Douglas continuando col suo tono. - Forse la mia presenza è più di ostacolo al tuo divertimento, che altro.

- Te l'avevo detto di non venire, Sholto, ma tu hai voluto venire lo stesso. Perché non ti adatti alle circostanze, e cerchi di essere gradevole?

- Non credevo di essere sgradevole!

- Non intendevo dire questo. Solo, non mi piace vedere che ti fai un nemico di chiunque nella stanza ed essere costretta a dirti cose che so che ti possono fare male.

- L'inimicizia dei tuoi nuovi soci mi è assolutamente indifferente, Marian. A quella dei tuoi vecchi amici sono abituato. In questo momento non mi va di ascoltare una lezione sul mio comportamento, in più l'argomento non merita di insisterci sopra. Devo desumere dalle tue osservazioni che ti farei più piacere togliendo il disturbo?

- Sì, - disse Marian arrossendo un po' e guardandolo con fermezza. Quindi, controllando con qualche sforzo la voce, aggiunse: – Non cercare un'altra volta di mettermi in condizione di doverti dire delle falsità, Sholto.

Douglas la guardò sorpreso. Prima che potesse rispondere, riapparve la Signorina McQuinch.

- Bene, Nelly, - disse Marmaduke - è rimasto qualcosa del piano?

- Non tanto, credo, - rispose lei con un cupo sorriso. – Non ho mai suonato peggio in vita mia.­

- Note sbagliate o carenza di fuoco sacro?

- Tutte e due.

Credo che adesso venga la sua canzone, - disse il prete a Conolly, che era rimesto in piedi in disparte ad ascoltare l'esecuzione della Signorina McQuinch.

Chi mi accompagna, signore?

- Oh,... ah,... la Signorina McQuinch vorrà farlo, certamente, - rispose il Rev. Signor Lind, sorridendo nervosamente.

Conolly lo guardò serio. La giovane signora cui era appena stato fatto riferimento strinse le labbra, fece un'espressione contrariata e non disse niente. Marmaduke ridacchiava.

- Forse vorrà suonare da solo il suo accompagnamento... - disse il prete, debolmente.

Conolly scosse il capo con decisione e disse:

- Posso fare solo una cosa alla volta, signore.

- Oh, qua non sono molto critici, sono solo operai, - disse il prete, che arrossì violentemente quando Marmaduke gli diede una sensibilissima gomitata.

- Non cercherò di approfittarne, dal momento che anch'io sono un operaio, - disse Conolly. - Lascio perdere la canzone, piuttosto che accompagnarmi da solo.

- Per piacere, non pensi che voglio essere sgradevole, Signor Lind, - disse la Signorina McQuinch mentre tutta la compagnia la guardava dubbiosa, - ma mi sono appena screditata da sola per poter mettere di nuovo alla prova le mie dita. Rovinerei completamente la canzone se facessi tanto di suonare l'accompagnamento.

- Penso che dovresti provare, Nelly, - disse Marmaduke, in tono di rimprovero.

- Dovrei, - rimbeccò la Signorina McQuinch – ma non voglio.

- Se qualcuno non va là e fa qualcosa ci sarà una gazzarra, - disse Marmaduke.

Marian esitò un momento, quindi si alzò.

- Io non sono granché come suonatrice, - disse – ma se non c'è niente di meglio, mi avventurerò, se il Signor Conolly si fida.

Conolly fece un inchino.

- Se preferisci di no, - disse la Signorina McQuinch colta dal rimorso, - proverò ad accompagnarlo io, ma sono certa che la suonerei tutta sbagliata.

- Penso che la Signorina McQuinch farebbe bene a suonare, - disse Douglas.

Conolly guardò Marian, ne ricevette in cambio uno sguardo di rassicurazione e andò sul palco con lei senz'altra esitazione. Lei non era un'accompagnatrice in grande sintonia ma, non sapendolo, non restò per nulla tagliata fuori. Sentiva anzi che, da signora, stava dando all'operaio una lezione di cortesia che gli sarebbe tornata utile la prossima volta che avrebbe accompagnato “Rosa che sbocci tenera”. Rimase stupita scoprendo che lui non solo aveva una bella voce da baritono, ma era anche, per quanto ne poteva giudicare, un cantante raffinato.

- Davvero, - disse mentre lasciavano il palco, - lei canta molto bene.

- Chi l'avrebbe mai detto! - disse lui con un sorriso.

Marian, seccata di vedere sottolineato questo aspetto del suo complimento, non ricambiò il sorriso e tornò a sedersi al suo posto di retroscena senza dedicargli altra attenzione.

- Mi congratulo con lei, - disse a Conolly la Signora Leith Fairfax mentre tutti lo guardavano con rinnovato interesse, - ah, che meravigliosa profondità c'è nella musica di Gounot!

Lui fece educatamente segno di sì con la testa.

- Io non capisco assolutamente niente di musica, - disse la Signora Fairfax.

- Sono molto pochi quelli che ne capiscono.

- Voglio dire dal punto di vista tecnico, ovviamente, - disse lei non proprio soddisfatta.

- Ovviamente.

Un forte applauso esplose al primo verso dello “Zio Ned”.

- Andiamo, vieni a sentire, Nelly, - disse Marian tornando verso la porta. Anche la Signora Fairfax e Conolly stavano dirigendosi verso la porta.

- Nelly, non vuoi unirti al coro? - Disse sottovoce Marian mentre il pubblico si univa clamorosamente al ritornello.

- Non ci tengo in modo particolare, - disse la Signorina McQuinch.

- Vieni, Sholto, - disse Marian, vieni a condividere la nostra volgare allegria. Vogliamo che ti unisci al coro.

- Grazie, - disse Douglas – temo di non essere un vocalista tale da rendere giustizia alla situazione.

- Canta con il Signor Conolly e non ti potrai sbagliare, disse la Signorina McQuinch.

- “Ssss,- disse Marian intervenendo rapida prima che Douglas potesse rispondere - ecco il coro. Dobbiamo unirci anche noi...

Conolly attaccò senza esitazione il ritornello. Marian si mise a cantare insieme a lui. La Signora Fairfax e il pastore si scambiarono uno sguardo fugace, ma si astennero dall'ingrossare il coro. La Signorina McQuinch cantò qualche parola in penetrante voce da contralto, poi, sentendo di essere fuori tono, lasciò perdere con gesto stizzito. Marian, con il solo Conolly rimasto a darle manforte, si sentì sollevata quando Marmafuke, dopo la terza richiesta di bis, ritornò trionfante nella stanza. Mentre tutti si complimentavano con lui, Douglas, si rivolse alla Signorina McQuinch, che faceva finta di ignorare il successo di Marmaduke.

- Signorina McQuinch, - disse sottovoce - mi auguro tu possa sostituire Marian al piano, la prossima volta. Sai quanto le dispiace suonare l'accompagnamento per degli estranei.

- E' proprio da te essere geloso di uno stagnino! - disse la Signorina McQuinch, con un'occhiata rapida che non osò sostenere, tanto fu feroce lo sguardo che lui le rivolse in cambio.

Quando tornò a guardarlo, lui, come inconscio della sua presenza, si stava già abbottonando il soprabito.

- Allora, vai proprio via, Sholto? - disse Marian.

Dlouglas fece un inchino.

- Te l'avevo detto che non saresti riuscito a sopportarlo, vecchio mio, - disse Marmaduke – la Signora Tumistufi non sarà contenta di sapere che non sei rimasto ad ascoltare la sua recitazione, - riferendosi con ciò alla Signora Fairfax, che si era avviata sul palco.

- Buona notte, - disse la Signorina McQuinch in tono breve, ansiosa in realtà di sapere quanto fosse offeso, ma non volendo sembrare in cerca di riconciliazione.

- Addio, a domani, - disse lui avvicinandosi a Marian, la quale gli porse la mano con un sorriso, mentre Conolly lo guardava pensieroso.

Così lasciò la stanza, e la Signora Fairfax sul palcoscenico prevalse per qualche minuto.

- Posso avere il piacere di accompagnarla anche per il prossimo pezzo? - disse Conolly mettendosi a sedere accanto a Marian.

- Grazie, - disse Marian facendosi un po' indietro, - credo che la Signorina McQuinch lo sappia a memoria.

Poi, volendo mostrarsi comunque affabile con l'operaio, aggiunse:

- Lord Jasper dice che lei è un grande musicista.

- No. Sono un elettricista. La musica non è il mio lavoro, è il mio divertimento.

- Lei ha inventato qualcosa di meraviglioso, non è così?

- Ho inventato qualcosa e ora sto cercando di inventare il modo di metterla a profitto. Se si arriverà a qualcosa sarà solo un motore elettrico a buon mercato.

- Bisogna che un giorno me lo spieghi, Signor Conolly. Temo di non sapere cosa vuol dire un motore elettrico.

- Ecco, non avrei dovuto parlarne, - disse Conolly - ma è sempre così presente nella mia testa che sono facilmente portato a parlarne. Cerco di impedirmelo, ma più mi sforzo di non farlo e più ci penso.

- Ma a me piace sentirgliene parlare, - disse Marian. - Cerco sempre di far parlare con me le persone del loro lavoro, e naturalmente mi ripagano con argomenti banali di cui so altrettanto poco come loro.

- Benissimo, allora: un motore elettrico è semplicemente un congegno per far funzionare una macchina, proprio come un dispositivo a vapore, con la differenza che viene azionato con l'elettricità invece che col vapore. I dispositivi elettrici sono attualmente così imperfetti che quelli a vapore costano meno. La persona che scoprirà come far fare al dispositivo elettrico quello che ora fa il dispositivo a vapore e a farglielo fare più a buon mercato avrà fatto la sua fortuna, se ha la testa a posto: ecco come mi sto muovendo io.

- La Signorina Lind, che malgrado la sua proclamata sensibilità riguardo al parlare di lavoro, non ne era minimamente interessata, disse:

- Davvero! Dev'essere molto interessante! Ma come ha fatto a trovare il tempo per diventare un così perfetto musicista e a saper cantare in maniera così squisita?

- La maggior parte di queste cose le ho imparate quand'ero ragazzo. Mio nonno era un marinaio irlandese con una voce così potente che un maestro di musica napoletano lo prese in un'opera come personaggio buffo. Dopo aver sperperato la sua voce in ruggiti del genere, entrò a far parte del coro. Mio padre fu allevato in Italia e sembrava più italiano di un italiano. Non aveva voce, per cui divenne prima musicista accompagnatore, poi direttore del coro e infine direttore di scena del teatro dell'opera. Investì in una tournée in America, là si sposò, perse tutto il suo denaro e quando io avevo quindici anni venne in Inghilterra per riprendere il suo lavoro al Covent Garden. Io rimasi in America come apprendista da un elettricista, lavorando al banco per sei anni.

- Immagino sia stato suo padre a insegnarle a cantare.

- No. Non mi ha mai dato una lezione. Il fatto, vede Signorina Lind, è che lui era un uomo straordinario nell'insegnare gli effetti scenici e i tradizionali segreti del mestiere dei vecchi teatri d'opera, ma solo le voci più eccellenti riuscivano a sopravvivere al suo metodo di insegnamento. Avrebbe troncato la mia carriera di cantante in due mesi, se si fosse preso la briga di insegnarmi. Mai andare in Italia per imparare a cantare.

- Temo che lei sia un cinico. Dovrebbe credere in suo padre o smettere di parlarne.

- Perché?

- Perché! Non dovremmo tacere i difetti di coloro che amiamo? Ora capisco come si sono mescolati i suoi gusti di musicista e di elettricista, però non dovrebbe confondere i suoi doveri. Ma, mi scusi, (Conolly aveva spalancato un po' troppo gli occhi), le sto facendo una lezione senza averne il minimo diritto. E' un mio difetto. La prego di non farci caso.

- Non c'è di che. Lei ha diritto ad avere le sue opinioni. Ma il mondo non andrebbe avanti se ogni uomo pratico dovesse dipendere dagli errori di suo padre. Me la sono cercata, raccontandole questa lunga storia. E' la prima volta che ho occasione di parlare di me con una signora e temo di avere esagerato.

Marian si mise a ridere.

- Faremmo meglio a smetterla di scusarci a vicenda, - disse. - Allora come facciamo con i nostri accompagnamenti delle prossime canzoni?

Intanto Marmaduke e la Signorina McQuinch si stavano incuriosendo su Marian e Conolly.

- Ehi, Nelly, sembra che Marian e quel giovanotto si trovino molto bene insieme. Lei sembra sentimentalmente felice, e lui sembra compiaciuto di sé. Non sei gelosa?

- Gelosa? E perché dovrei?

- Per puro spirito di contraddizione. Non che te ne importi dell'elettricista, ma perché odi che qualcuno si innamori di qualcun altro in tua presenza.

Vorrei che te ne andassi.

- Perché? Non ti piaccio?

- Ti detesto. Forse così mi capisci.

Bella cosa da dire a un amico, - disse Marmaduke sentendosi provocato. - Quasi quasi faccio come fa Douglas e non ti parlo per una settimana.

- Magari non mi parlassi per una settimana!

- Oh! Bene, vado via. Ma ricordati, Nelly, sono offeso. Non ci parleremo più. Fai l'offesa fin che ti pare, ti pentirai quando ci avrai pensato. Ricordati. Hai detto che mi detesti.

- Esatto, - disse Elinor, cocciuta.

- Molto bene, - disse Marmaduke voltandole la schiena.

(continua)

Il Vincolo Irrazionale
G.B. Shaw

Capitolo II

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MARIAN LIND viveva a Westbourne Terrace, Peddington, con suo padre, quartogenito di un fratello minore del Conte di Carbury. Il Signor Reginald Harrington Lind, all'esordio della sua carriera non aveva avuto altro scopo nella vita se non quello di trascorrerla nel modo più facile possibile e capiva talmente poco di come realizzarlo che si lasciò sposare all'età di diciannove anni con l'erede di un industriale della lavorazione del cotone del Lancashire. Questa gli diede tre figli, dopo di che fuggì con un maestro di occultismo, che l'abbandonò alla vigilia del quarto parto, durante il quale lei si ammalò di scarlattina e morì. Il bambino sopravvisse, ma fu inviato in un orfanotrofio e morì di fame nel modo consueto. Il marito, disgustato dal suo comportamento (lui stesso l'aveva presentata a molti nobili e gentiluomini suoi amici personali di cui più di uno al minimo incoraggiamento, ne era certo, avrebbe preso volentieri il posto del ciarlatano straniero che lei gli aveva preferito), si consolò del cattivo gusto di lei entrando in possesso di tutti i suoi averi che comprendevano: una grande quantità di gioielli nuovi, nuovi pizzi e merletti, biancheria e abbigliamento femminile, oltre a una rendita di circa settemila sterline l'anno. Divenne, quindi, così ben accolto in società da poter giurare a onor del vero che ad ogni fine luglio c'erano ben poche donne da marito dai venticinque anni in su che non si sarebbero sottoposte a una sua indagine prematrimoniale. Ma, avendo trovato facile delegare la cura dei figli a precettori scolastici e amici ospitali, concluse che non aveva niente da guadagnare e molte comodità da perdere annettendo alla sua dimora una matrigna. Dopo qualche tempo diventò abitudine dire del Signor Lind che il ricordo della prima moglie lo faceva rimanere scapolo. Così mentre i due figli maschi si avviavano alla maturità passando per Harrow e Cambridge, e la figlia femmina passava da una famiglia di parenti all'altra in un continuo giro di visite condividendo l'istruzione privata che in quel momento ricevevano i cugini con i quali si trovava a stare, lui passava la vita al club nella consueta prassi di nobile scapolo di Londra.

Col tempo, il primogenito Reginald Lind si arruolò nell'esercito e andò con il suo reggimento in India. Il fratello George, meno solido, più debole e più studioso, preferì la Chiesa. Marian, la più giovane, trovandosi spesso nella posizione di ospite, aveva ben presto appreso l'abitudine all'autocontrollo e al rispetto per gli altri ed era scampata, nel bene e nel male, agli effetti di quella soggezione in cui i bambini vengono tenuti dall'autorità diretta dei genitori.

Delle numerose cerchie di parenti del padre, quella che le era meno familiare perché era la più povera, era quella derivante dal matrimonio di una delle sorelle di suo padre con un gentiluomo del Wiltshire di nome Hardy McQuinch, il quale aveva un piccolo patrimonio, abitudini di campagna e la passione per la caccia. Per la gente di campagna, che non associa il concetto di terre, cavalli e carrozza al concetto di mancanza di denaro, lui era un uomo ricco, ma la Signora McQuinch trovava difficile vivere da signora con il loro reddito e si era consunta il volto in numerose rughe a furia di desiderare continuamente e inutilmente di potersi permettere di dare un ballo ogni stagione, di farsi una carrozza nuova e di comparire in chiesa in abiti nuovi insieme alle figlie più di due sole volte l'anno. Le due figlie più grandi erano solide e gradevoli, buone cavallerizze e cordiali mangiatrici e lei nutriva buone speranze di poterle maritare a facoltosi gentiluomini di campagna.

Elinor, la terza ed ultima altra figlia, era uno dei suoi crucci. Fin da piccola aveva l'abitudine più o meno una volta la settimana di sparire di mattina, di farsi cercare ansiosamente per tutto il giorno e quindi ritornare con il vestito strappato e la faccia sporca verso le sei di pomeriggio. Era caparbia, focosa e ribelle a qualsiasi punizione o castigo. Diverse governanti avevano lasciato la casa a causa sua. Da una scuola era scappata via, da un'altra era fuggita insieme a un ragazzo del coro che componeva versi per abbandonarlo in un accesso di gelosia un quarto d'ora dopo la fuga. L'unico suo interesse che dava pace alla casa era quello per la lettura. Ma anche questo metteva in ansia sua madre perché i libri che lei preferiva, secondo la Signora McQuinch, stavano bene solo dentro la libreria. Elinor leggeva davanti a tutti ciò che poteva ottenere chiedendolo, come i Racconti da Shakespeare dei Lamb, o Il Pellegrinaggio del Cristiano. Le favole delle mille e una notte invece le furono severamente negate, sicché lei le lesse di nascosto. Da quel giorno ci fu sempre una collezione di libri, presi in prestito dagli amici o trafugati dalle mensole più alte della biblioteca, sotto il suo materasso. A nessuno venne in mente di guardare lì, ma anche se lo avessero fatto, si sarebbero fermati a riflettere sulle conseguenze di averla smascherata. La sorella maggiore, che il giorno del suo undicesimo compleanno le aveva regalato una scatola da lavoro, se la vide tirare in testa due giorni dopo, per aver riferito ai genitori che a Nelly piaceva molto starsene seduta da sola in una certa veranda isolata a leggere inosservata le poesie di Lord Bayron. La fronte della Signorina Lidia riportò un grave taglio ed Elinor, benché piena di rimorso, non solo rifiutò di chiedere scusa per la sua colpa, ma mandò in mille pezzi ogni oggetto frangibile della stanza in cui era stata rinchiusa per punizione. Il vicario, consultato in merito, raccomandò di frustarla per bene. Questo consiglio era ripugnante per Hardy McQuinch, che lasciò la cosa a discrezione della moglie. La madre riteneva che la bambina dovesse essere picchiata fino all'obbedienza, ma aveva paura di eseguire lei stessa il compito e si limitò quindi a pronunciarne la minaccia, che fu ricevuta con ostinato atteggiamento di sfida. Tutto ciò fu dimenticato qualche giorno dopo quando Elinor, spossata da una settimana di rimorso, terrore, rabbia e apprensione, si ammalò gravemente. Quando guarì i genitori furono molto indulgenti con lei e anche contenti di scoprire che la focosa resistenza di prima era stata sostituita da una imbronciata ubbidienza. Trascorsero cinque anni ed Elinor cominciò a scrivere cose di fantasia. L'inizio di un romanzo, e molti versi incoerenti a imitazione di Lara furono scoperti dalla madre e bruciati dal padre. Lei non perdonò mai un simile oltraggio. Non riusciva a far sentire il suo risentimento, dato che ormai non le importava più nulla di fracassare vetri e porcellane. Temeva persino di protestare per paura di scoppiare in lacrime alla minima emozione, come le capitava sempre più spesso da dopo la malattia. Così restava muta e smise di parlare a entrambi i genitori se non per rispondere alle domande che essi le rivolgevano. Suo padre non si lamentava di questo, né confessava il rimorso che provava per aver frettolosamente distrutto i manoscritti, ma se da una parte proclamava che avrebbe bruciato ogni minima traccia di quelle sciocchezze che gli fosse capitata fra le mani, dall'altra faceva in modo di non vedere quando gli accadeva di sorprenderla con fasci di fogli di carta sospetti e non badava alla moglie quando questa gli riferiva che Elinor gli disobbediva di nascosto. Intanto quel muto risentimento non si ammorbidiva mai e la vita di tutta la famiglia era inasprita da questa consapevolezza. Alla Signora McQuinch, madre perfetta per le due figlie maggiori, non venne mai il sospetto di non essere adatta ad occuparsi della più piccola più di quanto non lo fosse una tartaruga a tener dietro a un'aquila. Il disagio dei loro rapporti non scalfì mai la sua fede nel loro “essere naturali”. Come il marito e il vicario, anche lei credeva che quando Dio manda dei figli rende automaticamente i genitori atti a governarli. Elinor soffriva della tirannia dei propri genitori, tale infatti essa era, tanto più in quanto sentiva che era impossibile per loro rendersi conto di essere in una falsa posizione nei suoi confronti.

Una mattina giunse da Londra una lettera che annunciava che il Signor Lind aveva preso una casa in Wesbourne Terrace, dove intendeva vivere con sua figlia. Elinor non era ancora scesa giù quando arrivò la posta.

- Sì. L'ho capito subito che c'era qualcosa nell'aria, - disse la Signora McQuinch dopo aver comunicato la notizia, - quando ho visto la scrittura di Reginald. Era da almeno diciotto mesi che non ricevevo sue notizie. Sono davvero contenta che abbia trovato per Marian una sistemazione in una casa adeguata, anziché vivere da scapolo e lasciarla andare in giro da una casa all'altra. Avrei tanto voluto poterla ospitare più spesso qui da noi.

- C'è un biglietto di Marian per Nelly, - disse Lidia, che intanto ispezionava la busta.

- Per Nelly! - Disse la Signora McQuinch, risentita. - Penso che avrebbe dovuto, prima, invitare una di voi. Magari non è un invito, - disse Jane.

- Cos'altro potrebbe essere, bambina? - disse la Signora McQuinch. Poi, pensando a come sarebbe stata più piacevole la sua casa senza Elinor, aggiunse:

- Dopotutto a Nelly farà bene andare un po' via da qui. - Ha bisogno di un cambiamento, credo. Vorrei che scendesse, è deplorevole che sia sempre così in ritardo.

Intanto arrivò Elinor con addosso una veste nera trasandata, il viso pallido, gli occhi cerchiati, i capelli neri a ciocche scomposte sulla fronte. La mussola bianca e il medaglione d'oro di entrambe le sorelle rendevano più accentuato il contrasto. Bionde e gregarie, erano considerate graziose e affezionate ed erano sbocciate in quello stesso terreno che aveva fatto appassire Elinor.

- C'è una lettera di Marian per te, - disse la Signora McQuinch.

- Grazie, - disse Elinor, indifferente, mettendosi in tasca il biglietto. Le piacevano le lettere di Marian e se le teneva da leggere nei momenti in cui era sola.

- Cosa dice? - disse la Signora McQuinch.

- Non ho guardato, - rispose Elinor.

- Beh, - disse la Signora McQuinch in tono lamentoso – mi piacerebbe che guardassi. Voglio sapere se dice qualcosa su questa lettera di tuo zio Reginald.

Elinor prese fuori il biglietto dalla tasca, lo aprì strappandolo e lo lesse. Subito acconciò il viso in modo da nascondere alla famiglia ogni sua emozione.

- Marian vuole che vada a stare con lei, - disse – hanno preso una casa.

- Povera Marian, - disse Jane. - E ci andrai?

- Ci andrò, - disse Elinor. - Hai qualche obiezione?

- Oh, cara, no, - disse Jane, in tono tranquillo.

- Immagino che sarai contenta di andar via da casa tua, - disse la Signora McQuinch, incontinente.

- Molto contenta, disse Elinor.

Il Signor McQuinch, colpito, la guardò da sopra il giornale. La Signora McQuinch ansimava indignata.

- Non so come farai con i vestiti, - disse – a meno che Lidia e Jane non si accontentino anche per quest'inverno di portare ancora i vestiti dell'anno scorso.

Le facce delle due giovani dame si fecero lunghe.

- Non ha senso, mamma, - disse Lidia - non possiamo portare ancora quella roba. Le donne la consumano la roba, al giorno d'oggi.

- Non è necessario che vi allarmiate, - disse Elinor. - Non voglio nessun vestito. Posso andare così come sono. Non sai di cosa parli, bambina, - disse la Signora McQuinch.

- Bella figura faresti nel salotto dello zio Reginald con quel vestito! - disse Lidia.

- E con i capelli in quello stato, - aggiunse Jane.

- Dovresti ricordarti che ci sono anche gli altri da considerare oltre a te stessa, - disse Lidia. - Ti piacerebbe che i tuoi ospiti sembrassero degli spaventapasseri? Come puoi pensare che Marian vada in giro o nel parco con te?

- Buone, buone, - disse il Signor McQuinch mettendo giù il giornale. - Basta così. Cos'altro ci vuole nel Parco oltre a un abito da cavallerizza? E quello ce l'hai già mi pare. Per il resto tutto quello che ti manca potrai comprarlo a Londra, dove col tuo denaro potrai procurarti le cose più adatte.

- Davvero, Hardy, non vorrai che vada a pagare in una merceria di Londra quattro volte quello che spenderebbe qui per cose altrettanto buone!

- Ti dico che non voglio niente. - disse Elinor spazientita. - Mi invidierai degli abiti decenti quando li chiederò.

- Io non invidio niente...

Il marito della Signora McQuinch la interruppe:

- Adesso basta. Smettetela tutte. E' inteso che andrà, se lo vuole. Le darò quel che è necessario. Datemi un altro uovo e parlate di qualcos'altro.

Come stabilito, Elinor andò a vivere a Westbourne Terrace. Marian aveva passato con lei un mese durante l'infanzia e si era fatta di Elinor un'amica impegnativa, sempre pronta a offendersi e a rimanere gelosa e col muso per giorni se una delle sue sorelle o qualche altra bambina tratteneva a lungo l'attenzione della cugina. D'altronde, l'attaccamento di Elinor era di intensa idolatria e, dato che Marian aveva un carattere dolce, più portato a credere di aver urtato i sentimenti di Elinor piuttosto che offendersi per i suoi capricci, la loro amicizia era durata anche dopo che si erano separate. Alle promesse di scriversi erano seguite lunghissime lettere di Elinor, che ricevevano in risposta da Marian brevi resoconti epistolari dei suoi spostamenti. Marian, chiamata spesso a difendere sua cugina dall'accusa di essere una piccola megera, era portata a calcare più sulle sue buone qualità. Elinor trovava in Marian quello che non aveva mai trovato in casa sua, cioè un'amica, e nella casa di suo zio un rifugio da quella di suo padre, che odiava. Era già la compagna di Marian da quattro anni, quando ci fu il concerto a Wandsworth.

Il giorno dopo erano insieme nel salotto di Westbourne Terrace. Marian scriveva, Elinor al pianoforte faceva studi tecnici su certi esercizi cui era stata indotta dai risultati della sera precedente. Si fermò sentendo suonare il campanello.

- Che ore sono? - disse dopo avere ascoltato un momento. - E' troppo presto per una visita.

- Sono ancora le due e mezza, rispose Marian. - Spero non sia nessuno. Non ho ancora finito di scrivere le mie lettere.

- Scusi, Signorina, - disse una cameriera, entrando – Il Signor Douglas desidera vederla ma non vuole venire su.

- Immagino voglia che tu scenda a parlargli nell'ingresso, - disse Elinor.

- E' in sala da pranzo e ci tiene molto a vederla, - disse la cameriera.

- Digli che vengo giù, - disse Marian.

- Mi ha sentito suonare ed è per questo che non vuole salire. Sono in disgrazia, immagino.

- Sciocchezze, Nelly! Ma non ho dubbi che voglia lamentarsi della nostra condotta, dato che insiste a volermi vedere da sola.

La Signorina McQuinch guardò scettica negli occhi candidi di Marian e riprese i suoi esercizi senza dire altro. Marian andò in sala da pranzo dove trovò Douglas in piedi vicino alla finestra, alto e bello, in elegante completo immacolato e tanto tirato a lucido da fare in qualche modo il paio con la credenza, il cui ottimo stato era da accreditare alla positiva influenza di Marian sulle sue domestiche. Guardò intento verso di lei mentre lei gli dava il buongiorno.

- Temo sia piuttosto presto, - disse mezzo rigido e mezzo dispiaciuto.

- Non c'è nessun problema, - disse Marian.

- Sono venuto per qualcosa che non posso più tacere oltre, per cui ho pensato fosse meglio venire in un momento in cui potevo trovarti sola, spero di non averti disturbata. Devo dirti qualcosa di importante.

- Sei uno di noi, naturalmente, Sholto. Ma pare che ti diverti in formalismi e cerimonie. Non vuoi venire di sopra?

- Desidero parlarti in privato. Primo, devo scusarmi per quello che è successo ieri sera.

- Ti prego, Sholto, non importa. Temo che siamo stati poco carini con te.

- Chiedo scusa. Sono io che sono in difetto. Non ho mai chiesto scusa a nessun essere umano prima d'ora e non lo farei se non fossi purtroppo più che convinto che ho mancato verso me stesso.

- Allora dovresti vergognarti di te stesso, voglio dire per non esserti mai scusato prima. Sono certa che non hai vissuto fino ad ora senza aver mai fatto una o due cose che richiedessero delle scuse.

- Mi dispiace che tu abbia questa opinione di me. Come va la zampa di Bruto?

- Bruto!

- Sì. Questa maniera repentina di cambiar discorso è ciò che la Signora Fairfax chiama una dimostrazione di tatto. So che dà molto fastidio, ma così si può parlare d'altro. Però mi interessa davvero sapere come sta il cane, poverino.

- La zampa è quasi guarita.

- Sono contenta, povero vecchio caro.

- Marian, ti rendi conto che non sono venuto qui per parlare del cane di mia madre?

- Immagino di no, - disse Marian con un sorriso. - Ma ora che hai fatto le tue scuse, non vuoi venire di sopra? C'è Nelly.

- Ho ancora qualcos'altro da dire. A te sola, Marian. Ti prego di stare a sentire seriamente.

Marian guardò più seria possibile.

- Confesso che sotto certi aspetti non ti capisco, ma prima che tu ti immerga nella stagione di Londra in cui non potrò sempre esserti accanto, vorrei avere da te l'assicurazione sulla natura del tuo rapporto con me. Non voglio importunarti con scene di gelosia. Tu mi hai dato segni assolutamente inequivocabili di un sentimento diverso da quello cui sono improntate le comuni relazioni di società tra una signora e un gentiluomo, ma di recente mi è parso che mantieni altrettanto poco riserbo con gli altri uomini come con me. Non sto pensando ovviamente a Marmaduke, lui è tuo cugino. Ma ho notato che persino l'operaio che cantava al concerto ieri sera è stato accolto, non dico intenzionalmente, con una cordialità che avrebbe tentato qualsiasi persona di posizione più umile di quella in cui lui sembrava dimenticare di trovarsi .

Qui Sholto esitò, vedendo l'atteggiamento di Marian cambiare in modo molto repentino. I begli occhi grigi di lei, sempre imploranti pace come quelli di un angelo buono, erano ora pieni di rimprovero e insieme alla bocca, nel caso non fossero bastati solo quegli occhi, indicavano in lei una donna profondamene determinata.

- Sholto, - disse – non so cosa dirti. Se questa è gelosia, potrebbe essere una cosa molto lusinghiera, ma è ridicolo. Se è una lezione intesa seriamente, è..., è davvero molto offensiva. Cosa intendi dire quando dici che ti ho dato inequivocabili segni di attenzione? Ovviamente ti considero in maniera molto diversa dalle conoscenze occasionali che faccio in società. Sarebbe strano se così non fosse, conoscendoti da tanto tempo ed essendo stata così spesso ospite di tua madre. Ma tu parli quasi come se io fossi innamorata di te.

- No, - disse Douglas dimenticando i modi cerimoniosi e parlando in modo irato e naturale – ma tu parli come se io non fossi innamorato di te. Se lo sei, io non l'ho mai saputo. Non me lo sono mai sognato. Allora, siccome non sei la donna più stupida che io conosco, devi essere la più ingenua. Dimmi una sola volta in cui c'è stato qualcosa che giustifichi il tuo modo di parlarmi di adesso. Tantissime volte. Ma dato che non ti posso obbligare a riconoscerle, è inutile elencarle. Tutto quello che posso dire è che c'è stato tra noi un orribile malinteso, - disse lei dopo una pausa. Lui non disse niente, ma prese il cappello e vi abbassò sopra lo sguardo con cupa determinazione. Anche Marian, troppo a disagio per mantenere il silenzio, aggiunse: Ma intenderò meglio per il futuro. Certo, - disse Douglas, posando precipitosamente il cappello e avanzando di un passo. - Ma ora non puoi fare appello al malinteso. Puoi darmi l'assicurazione che chiedo? Che assicurazione? Douglas scosse le spalle con impazienza. Ti aspetti che io sappia tutto per intuito, - disse lei. Bene, la mia dichiarazione sarà abbastanza esplicita anche per te. Mi ami? No, credo di no. Anzi, sono assolutamente sicura di no, nel modo in cui intendi tu. Vorrei che non parlassi così, Sholto. Siamo stati così bene insieme, tu, io, Nelly, Marmaduke e mio padre. E ora cominci con l'innamoramento e cose di questo genere. Per favore, mettiamoci d'accordo di dimenticare tutto questo e rimanere amici come sempre. Non preoccuparti per i nostri rapporti futuri. Non ti importunerò più con la mia presenza. Speravo d trovare in te una donna capace di apprezzare la passione di un uomo, anche se non in grado di corrisponderla. Ma mi rendo conto che sei solo una ragazza, non ancora consapevole della vita profonda che c'è sotto il ghiaccio dell'apparenza. Questa è una metafora che ben s'addice al tuo caso, - disse Marian interrompendolo. - Il tuo modo di fare abituale è come ghiaccio, duro e raggelante. Uno può anche avere il sospetto che ci sia sotto dell'altro, ma questo è motivo in più per mantenersi in superficie. Allora anche la tua amabilità è una delusione! Oppure sei amabile con tutti e riservi solo a me scherni, freddezza e tradimento? No, no, - disse lei, di nuovo angelica. – Mi hai capita male. Non avevo affatto intenzione di prenderti in giro. Tu nascondi le tue intenzioni così bene come, secondo te, io nasconderei le mie. Buongiorno. Vai già via? Ti importa qualcosa di me, Marian? Ma certo. Credimi, tu sei uno dei miei migliori amici. Non voglio essere uno dei tuoi amici. Vuoi essere mia moglie? Sholto! Vuoi essere mia moglie? No. Io.... Scusami. Basta così. Buongiorno. Nel momento stesso in cui lui la interruppe, un cambiamento nel volto di lei mostrò che aveva carattere. Non mosse un muscolo finché non sentì la porta di casa chiudersi dietro di lui. Allora corse di sopra in salotto, dove la Signorina McQuinch stava ancora esercitandosi al pianoforte. Oh, Nelly, - si mise a piangere Marian, gettandosi su una poltrona e coprendosi il volto con le mani. - Oh! Oh! Oh! Oh! Oh! Allargò le dita e guardò in maniera strana sua cugina, che, detestando questa fase della faccenda, diceva con tono impaziente: Ebbene? Sai perché era venuto Shloto? Per chiederti di sposarlo. Fermati, Nelly. Non sai che cose orribili si possono dire per scherzo. Mi ha chiesto di sposarlo. A quando le nozze? Non scherzare con questa cosa, per piacere. Non so ancora nemmeno bene come mi sono comportata, o che senso abbia tutta questa scena. Ascolta. Tu hai mai sospettato che lui, come devo dire, mi facesse la corte? Ho visto che tentava di essere tenero alla sua maniera concitata. Mi aspettavo assolutamente che un giorno o l'altro ti avrebbe chiesto di sposarlo, se avesse mai potuto accettare l'idea di una moglie che non ha paura di lui. E non me lo hai mai detto. Pensavo lo vedessi da sola, tanto più che tu lo incoraggiavi. Ecco! E' proprio questo quello di cui mi ha accusata! Dice che gli ho dato segni inequivocabili, sì, segni inequivocabili che ero pazzamente innamorata di lui. E tu cosa gli hai detto? Se posso chiederlo. Ho cercato di spiegargli delle cose. Ma lui insisteva a chiedermi se volevo diventare sua moglie. Quando ho rifiutato non ha più voluto sentire altro ed è andato via arrabbiato. Sì. Posso immaginare i sentimenti di Sholto nello scoprire di essersi umiliato invano. Perché lo hai rifiutato? Perché! Ma ci pensi, essere la moglie di Sholto! Sarebbe come sposare Marmaduke. Ma non posso dimenticare quello che ha detto sul fatto di flirtare con lui. Nelly, mi prometti che me lo dirai se dovesse capitare che mi comporti in un modo che possa portare qualcuno, beh, sì, come Sholto, mi capisci? Sciocchezze! Se agli uomini piace rendersi ridicoli, non glielo puoi impedire. Ssssst! Sento che viene su qualcuno. E' Marmaduke, credo. Marmaduke non verrebbe mai su così piano. Di solito sale tre scalini alla volta. Arrabbiato, dopo ieri sera, senza dubbio. Immagino che non vorrà parlarmi. Marmaduke entrò fiacco. Buongiorno, Marian – disse sedendo su una sedia scomoda. - Buongiorno, Nell. Elinor, sorpresa della cortesia, guardò in su e salutò nel suo modo bisbetico. - C'è qualcosa che non va, Duke? - disse Marian. - Stai poco bene? - No, sto bene. Piuttosto ho molto da fare, ecco tutto. - Da fare! Allora è ancora più strano, se sei così giù da lasciar perdere una lite con me. Perché non ti siedi su una poltrona o non ti sdrai sull'ottomana come fai di solito? - Qualsiasi cosa per una vita tranquilla, - rispose spostandosi nell'ottomana. - Devi aver fame, - disse Marian, turbata dalla sua obbedienza. - Ti faccio portare qualcosa. - No, grazie, - disse Marmaduke. - Non potrei mangiare. Ho già pranzato. Sono venuto a recuperare alcune mie cose che avete qui. - Abbiamo il tuo banjo. - Oh, quello non lo voglio. Per quello che me ne importa, quello puoi tenertelo oppure buttarlo nel fuoco. Voglio dei vestiti che ho lasciato qui quando abbiamo fatto il teatrino. - Vai via da Londra? - Sì, mi sono stancato di stare a bighellonare qui. Penso che devo andare un po' a casa. Mia madre ha bisogno di me. La Signorina McQuinch, con una sommessa ma espressiva risata nasale, fece intendere il suo più totale scetticismo rispetto a quella sollecitudine nei confronti della madre. Si voltò quindi lentamente verso il piano, osservando: - Devi aver mangiato qualcosa che ti ha fatto male. - Vergogna! - disse Marian. - Vieni Duke, ho un sacco di belle novità per te. Nelly e io siamo invitate a Carbury, il prossimo autunno, non ci saranno altri ospiti oltre a noi tre. Avremo il posto tutto per noi. - C'è ancora tempo per pensare all'autunno, - disse Marmaduke pensieroso. - Bene, - disse la Signorina McQuinch. Ecco allora una bella notizia per te: Costance, Lady Constance, sarà in città la settimana prossima. Marmaduke borbottò qualcosa. - Prego? - disse subito Elinor. - Non ho detto niente. - Mi sbaglierò, ma mi sembrava di averti sentito dire 'Vada a farsi impiccare Lady Constance'. - Oh, Marmaduke, - strillò Marian, impressionata. - Come fa, signore, a parlare così della sua fidanzata? - Chi ha detto che è la mia fidanzata? - Disse lui girandosi arrabbiato. - Come! Tutti. Anche Constance lo ammette. - Dovrebbe avere il buon gusto di aspettare che glielo chieda, - disse piano. - Non sono fidanzato con lei e non intendo diventarlo così in fretta, se mi è possibile. Ma non dire a tuo padre che ho detto questo. Potrebbe arrivare alle orecchie del mio curatore e allora succederebbe un putiferio. - Un giorno dovrai sposarla, lo sai, - disse Elinor maliziosamente. - Devo? Non mi sposerò affatto. Ne ho abbastanza delle donne. - Davvero? Forse loro ne hanno avuto abbastanza di te. Marmaduke diventò rosso. - Sembri aver perso la gioia di vivere dopo il concerto di ieri sera. Sei geloso del successo del Signor Conolly? - A proposito, quando hai scoperto alla fine del concerto che era ancora presto e ci siamo lasciati, - disse Marian in tono gentile, - andavi da qualche parte, non è vero? - Visto che sei così vivamente curiosa, - disse Marmaduke irragionevolmente infastidito, - sono andato a teatro con Conolly e 'a proposito' come dici tu la mia contentezza era semplicemente quella di liberarci di voi in tempo per goderci la serata. - Con Conolly? - disse Marian interessata. - Che tipo di uomo è? - Niente di particolare, l'hai visto tu stessa. - Sì, ma è istruito e, cose del genere? - Non lo so di sicuro! Non abbiamo parlato di scienza o filosofia. - Va bene, ma ti piace? - Ti sto dicendo che non me ne importa un accidente di lui in nessun modo, - disse Marmaduke alzandosi e allontanandosi verso la finestra. Le sue cugine, stupite, si scambiarono delle occhiate. - Molto bene, Marmaduke, - disse Marian in tono morbido, dopo una pausa, - non ti stuzzichiamo più. Non ti arrabbiare. - Non mi state stuzzicando, - disse lui, ritirandosi un po' vergognoso dalla finestra, - è che oggi mi sento selvatico, senza motivo, invece di sentirmi pimpante come un uccellino. Forse Nelly ci vorrà suonare qualcosa per sollevarmi. Mi piacerebbe riascoltare quella polonaise. - Mi piacerebbe davvero prenderti in parola, - disse Elinor - ma mi sembra di avere appena sentito rientrare il Signor Lind, a lui non piace tanto Chopin e io.... Il Signor Lind entrò mentre lei parlava. Era un uomo molto dignitoso, dal fisico ben piantato e i lineamenti delicatamente cesellati. I setosi capelli castano chiaro gli formavano dei morbidi riccioli naturali sulla fronte dandogli un aspetto imponente. Le mani erano piccole e bianche, con le dita affusolate e i pollici corti. - Come sta, signore? - disse Marmaduke, arrossendo. - Mai stato meglio, grazie. Marmadke farfugliò qualche complimento e guardò l'orologio come se avesse fretta. - Purtroppo devo andare, - disse alzandosi. Stavo già andando via quando è entrato. - Così presto! Ebbene, non ti trattengo, Marmaduke. Ho avuto notizie di tuo padre stamattina. E' molto ansioso di vederti sistemato nella vita. - Immagino che un giorno o l'altro dovrò decidermi. - Hai ottime opportunità, opportunità davvero straordinarie. Marian ti ha detto che Constance dovrebbe arrivare in città la settimana prossima? - Sì, glielo abbiamo detto, disse Marian. - Pensava che fosse troppo bello per essere vero, quasi quasi non voleva crederci, - aggiunse Elinor. - Il Signor Lind sorrideva a suo nipote, felicemente dimentico, da uomo di mondo qual'era, dell'inevitabile congiura dei giovani nei confronti della maturità. Anche loro sorridevano, tranne Marmaduke, il quale si sentiva sotto osservazione, come l'Uomo nella Maschera di Ferro. - Proprio così, ragazzo mio, - disse gentilmente lo zio – ma prima che lei arrivi mi piacerebbe parlare un po' con te. Quando puoi venire a colazione con me? - Qualunque giorno le piaccia decidere, signore. Sarò molto contento. - Diciamo, allora, domani mattina. E' troppo presto? - Niente affatto. Per me va benissimo. Buonasera, signore. - Buona serata a te. Una volta in strada, rimase un po' fermo a considerare quale strada prendere. Prima di arrivare aveva pensato di trascorrere il pomeriggio con le cugine. Ora era in cerca di un modo per ammazzare il tempo. Su un punto era determinato. Era giorno di prove al Teatro Bijou e, certo, da quella parte, lui non sarebbe andato. Si spinse fino a Charring Cross e poi tornò indietro verso Leicester Square. Si allontanò dal teatro, e gironzolò verso Piccadilly. Poi pensò di tornare verso il Criterion a bere qualcosa. Alla fine arrivò alla porta del palcoscenico del Teatro Bijou e chiese se le prove erano terminate. - Sono lì dalle undici di stamattina e sarà notte prima che liberino il palcoscenico per stasera, - disse il portiere. - La farei andare su ma è meglio aspettare qui se non le dispiace, signore. Il direttore è di sopra e non è un gran bel carattere. Mando a dire qualcosa. Marmaduke si guardava intorno indeciso. Cominciò un gran rumore di spostamenti a passi pesanti e di canti. - E' il nuovo balletto, - continuò il portiere. - Hanno preso per questo sedici extra. Questo è il momento buono per la Signorina Virtù di andare a pranzo, signore. Vedrà che non avrà molto da aspettare. Ci fu un rapido rumore di passi giù per le scale. Marmaduke fece un balzo e rimase in piedi mordendosi le labbra mentre Mademoiselle Lalage indaffarata, arrabbiata, di gran premura si affrettava verso la porta. - Vieni! Andiamo, - gli disse impaziente mentre usciva – va a chiamare una carrozza, se non ti dispiace. Devo mangiare qualcosa, e tornare indietro subito. Per... ecco là una carrozza, Hei! Fece un fischio penetrante agitando l'ombrello. La carrozza arrivò e Marmaduke diede l'indirizzo di un ristorante in Regent Street. - Sto completamente morendo di fame, - disse mentre partivano – sono dentro dalle undici di stamattina. E naturalmente hanno fatto venire l'orchestra solo per la mezza. Sono completamente folli e mi stanno facendo diventare matta. - Perché non te ne venivi via lasciando che si organizzassero meglio per il giorno dopo? - Bravo! Così oltre a buttare via la mezza giornata buttavo via la giornata intera e perdevo la prova. E' brutto perdere la calma, ma ho bestemmiato, ti assicuro. - Non dubito che lo hai fatto. - Questo cavallo crede di essere a un funerale. Che ora è? - Sono solo le quattro e otto minuti. C'è tutto il tempo. Una volta scesi Lalage entrò di corsa nel ristorante, esaminò i tavoli e scelse quello meglio illuminato. Il cameriere, un dignitoso uomo di una certa età, si avvicinò con una certa ricercatezza di modi e porse il menu a Marmaduke. Lei glielo tolse dalle mani e si rivolse seccamente al cameriere. - Mi porti una minestra leggera e dopo una bistecca. Faccia in modo che sia alta e succosa. Se è viola e cruda non la voglio. E se è fatta sulla brace non la voglio. Deve essere rossa. Voglio anche delle verdure di stagione, delle patate e una mezza bottiglia di champagne, del più decente che avete. E fate presto. - E per lei, signore? - disse il cameriere rivolto a Marmaduke. - Non si preoccupi di lui. Vada e serva me. Il cameriere fece un inchino e si ritirò. - Vecchia mummia! - mormorò la Signorina Lalage – Sono già le quattro e mezza? - No. Sono solo le quattro e un quarto. C'è un sacco di tempo. Mademoiselle Lalage mangiò finché la minestra, un bel po' di pane, la bistecca, le verdure e la mezza bottiglia di champagne, meno un bicchiere preso dal suo compagno, non furono scomparsi. Marmaduke la guardava e intanto consumò due gelati. - Vuoi un gelato per finire? - No. Non posso lavorare coi dolci, - rispose. - Ma ricomincio a sentirmi viva e a star bene. Che ore sono! - Accidenti all'ora! - disse Marmaduke – Mancano venti minuti alle cinque. - Bene. Mi avvio in teatro. Non devo ricominciare prima di un quarto d'ora. - Oh, grazie al cielo! - disse Marmaduke - credevo di non riuscire a scambiare neanche una parola con te. - Mi fai venire in mente che ho un conto da regolare con te, Signor Marmaduke Lind. Che volevi dire quando mi hai detto che ti chiamavi Sharp? - E' il nome di una mia cugina, disse Marmaduke cercando di liquidare l'argomento con un sorriso. - Sarà di tua cugina, ma non è il tuo. A proposito, è la cugina con cui sei fidanzato? - Che cugina? Io non sono fidanzato con nessuno. - Questa è una bugia, come quella del nome. Andiamo, andiamo, Messer Marmaduke, non puoi fregarmi. Sei troppo giovane. Ciao! Cosa vuoi? Ecco intanto arrivare il cameriere, togliere i piatti e appoggiare il conto sul tavolo. Marmaduke portò la mano alla tasca. - Aspetti un minuto, per favore, - disse Susanna. Il cameriere si allontanò. - Allora, - riassunse lei, puntando i gomiti sul tavolo, - non facciamo altre sciocchezze. Qual è il tuo giochino? Paghi il mio conto o lo pago io? - Io, naturalmente. - Non c'è nessun 'naturalmente' – non ancora, comunque. Cosa fai appiccicato al teatro a girarmi intorno? Dimmi questo. Non fermarti a pensare. Marmaduke sembrava impazzito, poi arrabbiato. Infine si illuminò e disse: - Ascolta. Tu sei arrabbiata perché ho portato tuo fratello al teatro ieri sera, ma credimi non avevo idea... - Non è affatto di questo che sto parlando. Stai schivando una domanda semplice. Quando venivi al teatro ho pensato che eri una brava persona e sono diventata tua amica. Adesso scopro che mi hai mentito su di te e hai cercato di giocare d'astuzia rapido e libero. Devi smetterla o smettere di avere a che fare con me. Non voglio più vederti varcare quella porta del palcoscenico se vuoi solo divertirti con me, come quegli altri pigri mascalzoni in giro per la città. - Cosa vuoi dire con 'giocare d'astuzia rapido e libero' e essere un pigro mascalzone in giro per la città? - Disse irato Marmaduke – spero non vorrai fare una scenata qui in pubblico. - No, ma ti ho qui, dove tu non puoi fare una scenata e intendo chiarire con te una volta per tutte. Se litighi ora, il cielo mi è testimone, non parlerò mai più con te. - Sei tu che stai litigando. - Molto bene, - disse Susanna aprendo il borsellino come se la cosa fosse decisa. - Cameriere. - Pago io. - Certo. Per quello che hai preso tu. Non accetto pranzi da estranei come non pago i loro gelati. Marmaduke non rispose. Tirò fuori con determinazione il suo borsellino. La guardò arrabbiato e borbottò: - Non avrei mai pensato che fossi quel tipo di donna. - Quale tipo di donna? - chiese Susanna in un tono tale che tutti gli altri occupanti della sala si girarono a guardare. - Non importa, - disse Marmaduke. Lei stava per replicare, quando lo vide guardare dentro il portafogli con disappunto. Arrivò il cameriere. Susanna, invece di cercare di anticiparlo nel porgere il denaro, cambiò idea e aspettò. Marmaduke frugava nel borsellino. Non trovando nulla mormorò un'imprecazione e, sfiorandosi con le dita la catena dell'orologio, guardò dubitativo il cameriere che fissava intontito la tovaglia. - Ecco, - disse Susanna, mettendo giù una sovrana. Marmaduke continuava a guardare impotente, mentre il cameriere cambiava la moneta e ringraziava Susanna della mancia. Poi disse: - Ti rimborserò stasera. Ho lasciato tutti i soldi in un'altra giacca. - Non avrai la possibilità di rimborsarmi né stasera né nessun'altra sera. Ho chiuso con te. Si alzò e uscì dal ristorante. Marmaduke rimase ostinatamente seduto mezzo secondo. Quindi, uscì e si mise a correre lungo Reagent Street, guardando ansiosamente di faccia in faccia in cerca di lei. La vide, infine, camminare a passo svelto poco davanti a lui. Fece uno scatto e la raggiunse. - Ascolta Lalage, - disse tenendosi al passo con lei, - è tutto un orribile malinteso. Non avevo alcuna intenzione di offenderti. Non so cosa vuoi dire o cosa vuoi che io faccia. Non essere così irragionevole. Nessuna risposta. - Posso sopportare molto da te, ma essere tenuto ai tuoi piedi come se fossi un mendicante o un cane molesto è troppo, Lalage. Lei non gli faceva minimamente caso. Lui si fermò, cercando di ricomporre i tratti della sua persona, così alterati dalla rabbia. Lei continuò a camminare, girando in Glasshouse Street. Era andata oltre di circa duecento metri, quando lo sentì camminarle dietro a grandi passi. - Se non ti vuoi fermare e parlare con me, - disse lui, - ti fermerò io e se qualcuno interviene ne faccio marmellata. Ti starebbe bene che facessi lo stesso con te. Così dicendo, le mise una mano sul braccio. Lei si girò all'istante e lo colpì in mezzo al volto facendogli saltare il cappello. Lui, che un momento prima era rosso, eccitato e quasi in lacrime, era scioccato. In un attimo ci fu una folla intorno. Un vetturino accostò al marciapiede nella ferma convinzione che di lì a poco sarebbe stata richiesta la sua carrozza. - Come osi mettermi le mani addosso, vigliacco? - esclamò lei con rimarchevole chiarezza di espressione ed energia di stile. - Chi sei? Io non ti conosco. Dov'è la polizia? Si fermò per una risposta. Un braccialetto, rotto dal colpo che gli aveva dato, cadde per terra e le fu gentilmente raccolto e restituito da un'anziana donna impressionata che faceva trapelare da ogni ruga la sua ardente simpatia per la Donna che tiene a bada l'Uomo. Susanna guardò il braccialetto rotto e lacrime di irritazione spuntarono ai suoi occhi. - Guarda che cosa hai fatto! - gridava tenendo il braccialetto con la mano sinistra e mostrando un graffio, da cui era uscito del sangue, al polso destro. - Per un pelo non ti staccavo la testa. Marmaduke, completamente fuori dai gangheri, e ancora cupo e molto arrabbiato, vacillò un momento tra gli impulsi contrastanti di colpirla e mandarla a terra oppure di fuggire all'altro capo del mondo. Se avesse avuto dieci anni di più probabilmente l'avrebbe buttata a terra. Al momento fece segno al vetturino che prese le redini e le mantenne strette malgrado il cappello danneggiato del suo cliente, con la soddisfazione dell'uomo la cui valutazione di una questione delicata è stata puntualmente confermata dagli eventi. Appena si avviarono, Susanna fece una corsa incontro alla carrozza, che si fermò fra le urla della folla, appena in tempo per evitare un incidente. Poi, tenendosi aggrappata alla maniglia della carrozza in piedi sullo scalino, si rivolse al conducente e sacrificando la proprietà di linguaggio all'intensità del vituperio, domandò se per caso volesse passarle addosso con la carrozza e ucciderla. Lui, con indisturbata lungimiranza, non rispose una parola, ma di nuovo spostò le redini come per far posto al cappello di lei. Accogliendo questa attenzione con un altro improperio, lei si sedette nella carrozza, dalla quale Marmaduke si alzò subito indignato per uscirne. Ma neppure il più forte campione di lotta di Gresmere piegato in due sotto il tettuccio di una carrozza di piazza può resistere a un potente spintone alle code del soprabito. Così Marmaduke si trovava ora di nuovo seduto al suo posto con Susanna attaccata a lui che gli diceva quasi singhiozzante: - Oh, Bob, mi hai ucciso. Come hai potuto? Poi, con sospetto improvviso recupero di energia: - Teatro Bijou, le dispiace? - disse al vetturino che guardava giù dalla botola della carrozza. I cavalli fecero uno scatto in avanti e, nello scossone, lei strusciò nuovamente contro le braccia di Marmaduke, dicendo: - Non essere più così brutale con me, Bob. Non lo sopporto. Ho già abbastanza problemi senza che ti metti a farmi eccitare. Lui era giovane e inesperto e all'epoca troppo confuso per sentirsi sicuro di non essere stato lui l'aggressore. Ma, tutto sommato, fece la cosa più saggia, si mise a braccia conserte con le guance in fiamme. - Dimmi qualcosa, - disse lei scuotendolo per il braccio. - Non ho niente da dire, - rispose. Devo lasciare la città e andare a casa stanotte. Dopo questo non posso più mostrare la faccia. - A casa, - disse lei con il tono sprezzante di prima, - vuol dire da tua cugina Constance. - Chi ti ha detto di lei? - Non ti preoccupare. Sei fidanzato con lei. - E' una menzogna. Susanna era scossa. Lo guardava fisso chiedendosi se la stesse ingannando o no. - Guardami in faccia, Bob, – se avesse ubbidito non gli avrebbe creduto. Ma lui accettò la sfida con supremo disprezzo e guardò dritto davanti a sé, obbedendo all'istinto maschile, che gli diceva che la donna, pur con tutti i vantaggi dalla sua parte, l'avrebbe comunque lasciato vincere se teneva duro. Alla fine lei tornò carezzevole alla sua spalla e dissse: - Perché non me lo hai detto tu stesso? - Dannazione, - esclamò con violenza, - non c'è niente da dire! Non sono fidanzato con lei: parola mia, non lo sono. I miei a casa parlano di un'unione tra noi come se fosse cosa decisa, anche se sanno perfettamente che di lei non mi importa niente. Ma se vuoi sapere la verità, non mi posso permettere di dire che non voglio sposarla, perché sono troppo in difficoltà per mettermi a discutere con il mio curatore, che si è messo in testa questa cosa. Vedi, in che modo sono messo. - Oh, considera proprio come sei messo! Guarda qui, Bob, io non voglio che mi presenti in società nel tuo mondo dorato; non mi interessa sprecare tempo con gente che non si sa guadagnare da vivere. E non preoccuparti del tuo curatore: possiamo fare benissimo a meno di lui. Se sei in difficoltà coi soldi, e lui è un taccagno, faresti meglio a prenderli da me piuttosto che dagli ebrei. - Non potrei fare questo, - disse Marmaduke toccato. - In realtà sono abbastanza ricco. A proposito, non mi devo dimenticare di rimborsarti per questo pranzo. Ma se dovessi mai essere in difficoltà verrò da te. Va bene così? - Certo. E' proprio quello che intendevo dire. Proprio in questo punto il petto di lei sfiorò il suo braccio e come se lei avesse lasciato andare una molla, tutto l'amore per lei improvvisamente si impennò dentro di lui e ne ebbe la meglio. - Aspetta, senti,- disse con la voce strozzata dalla tenerezza. - Guarda qui, Lalage, l'onesta verità è che sarò rovinato se ti sposo apertamente. Sposiamoci tranquillamente e teniamolo nascosto finché non sarò più indipendente. - Sposarci! Provaci, se ci riesci. No, mio caro ragazzo. Tu mi piaci molto e sei anche la miglior persona giusta per farmi l'offerta, ma non ti lascerò mettermi il collare al collo. Il matrimonio è una cosa molto bella per le donne che non hanno un modo migliore di sostentarsi, ma non è adatto a me. Non guardare così scandalizzato. Che differenza fa per te? - Ma, - lui si fermò, frastornato, guardandola con stupore. - Scendi, grandissima oca! - disse lei e subito scese dalla carrozza e sfrecciò dentro il teatro. Lui rimase a guardarla a bocca aperta atterrito, autenticamente atterrito.

Vincolo Irrazionale
G.B. Shaw

Capitolo III

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(Segue)

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